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Autolesionismo, Italia: uno su sette giovani lo fa

Diventato ormai un fenomeno mondiale che conta numeri agghiaccianti, l’autolesionismo è molto diffuso anche in Italia. Secondo una ricerca del Queensland, il primo episodio avviene a 15 anni e pochi smettono di farlo in età adulta. Una speranza di cura è la terapia dialettica comportamentale.

Le cause dell’autolesionismo

A tutti può capitare di trovarsi in un periodo di sofferenza, soprattutto in frangenti particolari della propria vita dove si vivono dei profondi cambiamenti e ogni emozione è vissuta intensamente. Questo, per esempio, è ciò che accade durante l’adolescenza.

Un momento difficile del ciclo della vita, dove i ragazzi imparano a confrontarsi con i coetanei e il resto del mondo. Dove ci si sente divisi tra l’essere ancora bambini e il diventare adulti, tra stress, ansia, basso rendimento scolastico, problemi familiari e isolamento.

Proprio in questa fase così delicata possono annidarsi dei pericoli che prendono il nome di insicurezza, insoddisfazione, inadeguatezza. Sensazioni che nascono dal profondo e dal confronto con gli altri e che non necessariamente, anzi quasi mai, rispecchiano la realtà. La conseguenza di questo è una profonda sofferenza emotiva che spesso spinge i giovani a farsi del male.

Secondo una ricerca dell’Università del Queensland, che ha preso in esame studi condotti tra Usa, Canada e Gran Bretagna e pubblicata sulla rivista Suicide, ad autolesionarsi sarebbe un adolescente su 5. Si tratta di un dato allarmante che dovrebbe portare le famiglie e la società a riflettere sul loro ruolo. “Anche in Italia i dati parlano di un ragazzo su 7 che ha compiuto un atto del genere una volta nella sua vita”. A dichiarlo, Claudio Mencacci, presidente della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia.

Forme di autolesionismo

“Gli studi internazionali ci dicono che il fenomeno è diffuso nel 15% degli adolescenti – continua Mencacci – è in aumento ed è collegato alla rabbia”. Di solito il primo episodio avviene a 15 anni oppure tra i 17 e i 18. Il dato più preoccupante però è che la quasi totalità (3 su 4) di coloro che hanno sperimentato l’autolesionismo decidono di non smettere. Circa il 20% di loro ne fa una dipendenza, come fosse una droga.

Per il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentale, noto anche come Dsm, l’autolesività può essere suicidaria o non suicidaria. Si definisce non suicidaria quando una persona nell’ultimo anno, in cinque o più giorni, si è inflitta intenzionalmente dei danni alla superficie corporea, in grado di causare sanguinamento, lividi o dolore, ma non morte.

Ci sono tre categorie principali di auto-danneggiamento intenzionale:

  • condotte di auto-danno, provocate con l’abuso di sostanze psicoattive, sessualità promiscua e gioco d’azzardo
  • comportamenti di auto-avvelenamento, come l’ingestione di sostanze tossiche o overdose di droghe
  • condotte autolesive, come tagliarsi e bruciarsi.

Come si cura l’autolesionismo

Lo studio australiano denuncia una carenza di centri specializzati in terapie sull’autolesionismo. Questo per i ricercatori succede perché il fenomeno viene considerato più come un sintomo che come una malattia, cosa che accade per esempio con la depressione. Ed è per questo che le sperimentazioni di terapie sono state fatte in modo un po’ confuso.

Esiste però una speranza che si chiama terapia parlata, detta terapia dialettica comportamentale, sviluppata per trattare le personalità borderline e le condotte suicidarie. Un nuovo studio condotto a New York ha rilevato l’efficacia di questa nuova forma specializzata.

Come funziona? Il trattamento consiste in una combinazione di psicoterapia individuale, skills training di gruppo, consultazione telefonica e un team di consultazione tra terapeuti. Almeno una volta a settimana le persone imparano una serie di abilità per resistere al tormento, in cui il paziente agisce nel modo contrario a cui si sente.

Allo Zucker Hillside Hospital è stata provata su 800 pazienti adolescenti, portando ad un calo delle ferite auto-inflitte e del tempo di ricovero in ospedale, già dopo due settimane di trattamento. Anche in Italia è possibile rivolgersi in alcuni centri sparsi su tutto il territorio. Alcuni di questi sono a Firenze, Mestre e Milano.

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Siciliana d'origine, sono nata e cresciuta nel capoluogo di provincia più alto d'Italia, Enna. Una laurea in Giornalismo, una specializzazione in riprese e montaggio video e un diploma come Infermiera Volontaria della Croce Rossa Italiana. Dal 2008 sono iscritta all'Ordine dei Giornalisti. Lavoro come giornalista, videomaker, OSSS e mamma. Credo nel lavoro di squadra, nella forza del web, nella determinazione e professionalità. Creativa e avida di conoscenza, coltivo molti interessi. Non sopporto i “furbetti". Adoro confrontarmi con gli altri e mettermi alla prova, sul lavoro e nella vita privata.

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