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Flacone di albumina per infusione EV
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Cirrosi epatica, albumina riduce mortalità e complicanze

La cirrosi epatica è una malattia del fegato, cronica e progressiva. È fra le prime 10 cause di morte in Italia e coinvolge, secondo le stime, tra i 10000 e i 15000 italiani.La svolta potrebbe essere una regolare somministrazione di albumina per via endovenosa, secondo quanto testimoniano i risultati dello studio Answer, pubblicato sulla rivista medico–scientifica The Lancet.

Albumina, la svolta nel trattamento della cirrosi epatica

Le cause che portano alla cirrosi epatica sono l’abuso di alcol, l’epatite virale B e C e la steatosi epatica, ovvero il fegato grasso.
La cirrosi è una malattia che ha ripercussioni importanti sulla vita dell’individuo che ne è colpito, poiché se non ben controllata, lo conduce a frequenti ricoveri e trattamenti ospedalieri, in seguito alla formazione di ascite, ovvero un accumulo di liquido in addome, insufficienza renale e varici esofagee.

La svolta nel suo trattamento potrebbe essere una regolare somministrazione di albumina per via endovenosa, secondo quanto testimoniano i risultati dello studio Answer, pubblicato sulla rivista medico–scientifica The Lancet.
La ricerca, coordinata da un gruppo di ricercatori dell’Azienda Ospedaliera–Universitaria Policlinico Sant’Orsola – Malpighi di Bologna, ha coinvolto 33 centri italiani per 10 anni e ha preso in esame circa 400 pazienti.

Lo studio ha dimostrato che una somministrazione settimanale di albumina, una proteina umana disponibile in flaconi per l’infusione endovenosa, è in grado di ridurre non solo il rischio di mortalità a 18 mesi di circa il 38%, ma anche le complicanze e le ospedalizzazioni ad esse correlate.
Dai risultati è emersa infatti una riduzione del 54% di ricoveri per presenza di liquido ascitico, del 61% in meno per insufficienza renale, e del 52% in meno per encefalopatia epatica.

“L’efficacia del trattamento è in grado di agire complessivamente sull’intera malattia e non solo sulle singole complicanze”, afferma Paolo Caraceni, uno dei coordinatori dello studio e professore associato di medicina Interna dell’Università di Bologna.
I risultati dello studio assumono un’importanza ancor più notevole, inoltre, poiché oltre ad evidenziare che la somministrazione del farmaco è in grado di migliorare la qualità di vita della persona affetta dalla malattia, mostra un’ulteriore importante risultato: una riduzione dei costi sanitari, grazie al minor numero di ospedalizzazioni e ad una riduzione delle complicanze della malattia.

Autore /

Nata come interprete in ospedale, dove si è innamorata di tutto ciò che vedeva, diventa infermiera nel 2006. Prima in pronto soccorso e medicina d'urgenza, ora in rianimazione. Un master in area critica presso l'Università di Bologna e la laurea magistrale in Scienze Infermieristiche. Infermiera, moglie, mamma di una boxerina pelosa, ballerina a tempo perso. Profondamente innamorata della vita, e con tanta voglia di migliorare il mondo!

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