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Bullismo a scuola, l’esperta: non è una “ragazzata”

Secondo gli ultimi dati Istat, un ragazzino su due è vittima di episodi di bullismo. Questo vuol dire che la metà dei bambini e degli adolescenti tra gli 11 e i 17 anni sono a rischio. Soprattutto nel periodo scolastico e di maggiori attività di gruppo. Sorvegliare, saper ascoltare e creare un clima di fiducia è responsabilità di ogni adulto. Ne abbiamo parlato con la psicologa Annabell Sarpato.

Cos’è il bullismo

Come ogni inizio, anche quello del nuovo anno scolastico porta con sé sentimenti contrastanti. Gioia, speranza, entusiasmo, timore e ansia sono soltanto alcune delle sensazioni che bambini e genitori vivono affrontando l’esperienza del primo giorno di scuola. C’è chi vive l’attesa della novità serenamente e chi invece si lascia prendere dal panico.
C’è chi è felice di condividere con i compagni i racconti dell’estate e chi invece di rivedere i vecchi compagni di studio non ne ha proprio voglia. E questo, purtroppo spesso, non accade solo per timidezza o perché il ragazzo è “asociale” – termine molto in uso tra i giovani – ma succede anche per altri motivi. Magari, perché ci si sente diversi, esclusi, si è derisi, feriti nel corpo e nella mente. In poche parole, si è stati o si è vittime di bullismo.

Con il termine bullismo s’intende una forma di comportamento sociale violento e intenzionale. Da una parte ci sono i bulli e dall’altra le vittime, ma non si tratta di due nemici, dove uno è da punire e l’altro da salvare. Quando si parla di bullismo si parla di persone ferite da entrambe le parti che hanno bisogno di aiuto per essere migliori.
Il bullo è colui che ha bisogno di attrarre l’attenzione e di scaricare sugli altri la sua rabbia repressa. È un ragazzo che stabilisce il suo potere su un gruppo di seguaci che lo credono migliore, più furbo e più forte di loro. Ma che probabilmente non lo è. Si tratta di una persona che ha deciso di usare la violenza per diversi motivi, ma che sicuramente vive un disagio interiore e forse non solo.

La vittima, al contrario, è una persona non violenta, fisicamente meno forte del bullo, spesso molto brava a scuola e sensibile, impegnata in attività extrascolastiche e circondata da persone dai modi altrettanto gentili. Le aggressioni nei suoi confronti sono prevalentemente di tipo fisico e verbale, ma con l’avvento delle nuove tecnologie può essere anche vittima di altre forme di violenza. Basti pensare al cyberbullismo, caratterizzato dall’uso dei social network e la diffusione online di video e foto della vittima da parte dei bulli.

Metà degli adolescenti sono bullizzati

I dati sul bullismo sono agghiaccianti, si tratta di una piaga sociale da non sottovalutare che colpisce la metà dei bambini e adolescenti italiani. Lo studio Istat pubblicato nel 2018, relativo all’anno 2014, parla di un ragazzo su due vittima di bullismo. Nel 22,5% dei casi si tratta di ragazzini fra 11 e 13 anni e nel 17,9% dei casi di adolescenti fra 14 e 17 anni, mentre il 20,9% delle vittime sono femmine e il 18,8% sono maschi. Tra chi frequenta le superiori, il 19,4% delle vittime sono liceali, il 18,1% sono studenti degli istituti professionali e il 16% degli istituti tecnici.

Come uscire dal bullismo

Per contrastare un fenomeno così ampiamente diffuso è chiaro che serve una sinergia tra famiglia, scuola e istituzioni. Ma il primo passo da fare è senz’altro quello di sapere riconoscere gli atti di bullismo e i suoi sintomi. A tal proposito ne abbiamo parlato con la psicologa Annabell Sarpato. “Uno dei tanti motivi per cui i bambini raccontano ancora troppo poco episodi di vessazione è di tipo culturale – spiega l’esperta-. Purtroppo, eventi di violenza tra pari vengono ancora troppo spesso considerate “ragazzate”.
Ogni bambino invece deve sentirsi legittimato a raccontare cosa gli sta succedendo, consapevole che verrà ascoltato e compreso. Prima che un adulto si metta in mezzo a risolvere la situazione, i bambini hanno necessità di essere ascoltati ed ogni adulto è responsabile di questo”.

“La violenza, fisica e psicologica – continua – crea dinamiche perverse per cui è difficile esporsi e parlarne. Creare un clima di fiducia e rispetto aiuta a instaurare un dialogo quotidiano che favorisce la condivisione anche di questi temi. Detto questo, è importante saper cogliere alcuni campanelli d’allarme che possono essere identificati come cambiamenti d’umore, chiusura, poca voglia di uscire.
Insomma, una tendenza all’isolamento. Sintomi ansiosi oppure depressivi. Queste situazioni, purtroppo, non si risolvono da sole. Serve un fondamentale lavoro di rete, tra famiglia e scuola. I genitori, per supportare il bambino. E gli insegnanti, che possono lavorare sulle dinamiche interne alla classe”.

Non si tratta solo di difendere la vittima e di punire il bullo, ma di scardinare le dinamiche che si sono create.

“È fondamentale offrire uno spazio al piccolo dove esprimere la sofferenza che sta vivendo. Poter affrontare i vissuti di impotenza, la rabbia e la tristezza legati a questa situazione è l’unico modo per mettere parola a sentimenti che, repressi, rischiano di acutizzare il dolore provato. Poterne parlare, per i bambini – conclude la psicologa – è davvero molto importante, soprattutto per prendere coscienza che dal bullismo si può uscire e tornare, finalmente, a stare meglio“.

Autore /

Siciliana d'origine, sono nata e cresciuta nel capoluogo di provincia più alto d'Italia, Enna. Una laurea in Giornalismo, una specializzazione in riprese e montaggio video e un diploma come Infermiera Volontaria della Croce Rossa Italiana. Dal 2008 sono iscritta all'Ordine dei Giornalisti. Lavoro come giornalista, videomaker, OSSS e mamma. Credo nel lavoro di squadra, nella forza del web, nella determinazione e professionalità. Creativa e avida di conoscenza, coltivo molti interessi. Non sopporto i “furbetti". Adoro confrontarmi con gli altri e mettermi alla prova, sul lavoro e nella vita privata.

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